L’amore è un
gioco a somma diversa da zero. Un
gioco si definisce “a somma zero” quando uno vince, e l’altro perde. Perché io vada a più dieci, tu devi scendere a meno
dieci.
La cultura occidentale, basata sulla competizione e
sull’autoaffermazione, incoraggia il gioco a somma zero: la vita è una gara,
alla quale non basta partecipare. Bisogna
vincere.
L’esistenza di un vincitore implica l’esistenza di uno
sconfitto. Spesso, di molti sconfitti.
Questo tipo di gioco è molto rischioso. E generalmente
non paga. Nemmeno negli affari (notoriamente, un buon affare è quello che si fa
in due). Figurarsi allora se può andar bene in una coppia.
Il “gioco” dell’amore è molto diverso dal gioco a
somma zero. E da quelli a qualsiasi altra somma. In una coppia “vera”, uno più
uno non fa tre, o quattro, o cento: la somma genera qualcosa di completamente diverso
dai numeri di partenza, e dai numeri in assoluto.
Nella coppia in cui esiste l’amore c’è un’
“integrazione” che rende i suoi due
componenti non solo “di più”, ma anche – e specialmente - diversi da se stessi,
e diversi dalla loro somma.
L’amore produce
qualcosa che gli antichi greci ben
conoscevano: la “dualità”. Nella coniugazione dei loro verbi, oltre al
singolare ed al plurale, c’era infatti il “duale”: che connota un’azione
(quella indicata dal verbo) condivisa da due persone.
Nel latino il duale si andò perdendo, fino a
scomparire.
L’amore, “gioco” a somma diversa da zero in quanto prevede una sorta di “fusione” con l’altro, è possibile solo tra due persone
“adulte”: fra due individui che possiedono un io ben strutturato. Solo in
questo caso non esistono timori di perdita dei propri confini: e si può
scegliere di rinunciarvi, per “confluire” nell’altro senza paura di smarrirsi.
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